Mondiali di atletica leggera: 2033 più Usain Bolt!

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Se vi piacciono l’atletica leggera e avete un debole per Usain Bolt, per una decina di giorni sarete felicissimi.

Venerdì 4 agosto a Londra scattano i Mondiali di atletica leggera: Usain Bolt e altri 2033 atleti, in rappresentanza di 200 Paesi, vanno a caccia di una medaglia.

Capace di vincere 11 ori olimpici e detentore dei record mondiali dei 100 (9”58), 200 (19”19) e 4 x 100 (36”84), Usain Bolt ha già annunciato che appenderà le scarpette al chiodo dopo Londra 2017.

Lo farà con una vittoria? Usain Bolt non ha dubbi.

Da lastampa.it

È davvero nostalgico il benvenuto di Londra per Bolt, un concentrato di malinconia prima ancora degli ultimi 100 metri con il fulmine. Per il ballo d’addio parte il primo lento della carriera, «ma in pista sarò il solito, implacabile, imbattibile, altrimenti non sarei venuto qui».

Via le ballerine del carnevale di Rio, via la jam session da discoteca dei Giochi del 2012, restano le stelle filanti anche se sono quelle con i colori di gioventù, il viola e verde con cui correva a scuola. E vicino non ha ragazze sculettanti ma i genitori. Le stelle di Hollywood, come Samuel L. Jackson, e quelle del calcio, come Thierry Henry, mandano messaggi di saluto. Lui ride, ringrazia e assicura: «Non cambio idea sulla pensione. Ho realizzato persino quello che non ho sognato. Sono soddisfatto».

Con tutti questi omaggi sembra si sia già ritirato.  

«Già, è un anno che succede ma è bello sentire tutta questa gente che dice “piangerò”. Pensare che io da piccolo volevo giocare a cricket».

Quando ha cambiato rotta?  

«Sul campo da cricket: ero veloce e sono stato reclutato ma non mi importava nulla dell’atletica. Persino quando ho iniziato ad andare veloce non ero coinvolto. Potevo aiutare i miei genitori con i soldi, potevo viaggiare. Non c’era altro».

Quando si è innamorato dello sprint?  

«Dopo il primo record dei 100 metri, a New York, nel 2008. Ma il momento più intenso resta il primato dei 200 metri alle Olimpiadi di Pechino. Lo volevo disperatamente e non credevo affatto fosse possibile. Ero in camera con Maurice Smith, un compagno di nazionale, e non l’ho lasciato dormire: parlavo solo del tempo di Michael Johnson. E poi l’ho migliorato ed è stata l’unica volta nella vita in cui non sapevo come festeggiare. Ero esterrefatto».

Lei è l’unico che può dire di essere una leggenda senza sembrare arrogante.  

«L’ho fatto solo quando gli altri già lo pensavano. Non mi sono esaltato per un primato, non mi sono sentito speciale dopo un oro. Mi sono ripetuto, ho vinto più di tutti e solo allora mi sono definito grande».

Questa stagione è stata difficile, è morto un suo caro amico, Germaine Mason. Ha pensato di smettere in quei giorni di lutto?  

«Ho pensato che avrei dovuto correre anche per lui. È stato terribile, lo è ancora, ma voglio poter dedicare alla sua famiglia il successo che inseguo. Nel suo nome».

Senza limiti, è l’etichetta che l’accompagna. Pubblicità o verità?  

«Ho origini umili. Non avevo niente, ho trovato il mondo. A me non sembra uno slogan. Se lavori puoi, se ci credi arrivi».

Per certi però è una spinta a barare per arrivare a tutti i costi.  

«Abbiamo toccato il fondo con il doping. Lo scandalo della Russia è stato il baratro e il movimento ha dovuto reagire. Ci saranno ancora dopati? Sì. Si muoveranno impuniti? Non credo. E se non la smettono lo sport è morto».

Quale segreto le ha insegnato il suo allenatore?  

«Se vedo correre un rivale so cosa sbaglia. E quindi poi posso batterlo. Il mio tecnico, Mills, è un maestro di vita: ha cambiato il mio modo di guardare».

La gara di cui è più orgoglioso?  

«Il trionfo da junior, in Giamaica, davanti alla mia gente. Sono diventato una bandiera, ne sono fiero, però dico a chi si aggrappa agli sportivi: “Attenti, non bruciate i ragazzi con le aspettative, lasciateli divertire. Se corrono felici avrete più campioni”».

Vuole sempre giocare a calcio?  

«Il mercato è aperto, il Manchester United ha ancora tempo per mettermi sotto contratto».

Neymar sta per lasciare Barcellona, trasferimento da oltre 200 milioni.  

«È il pallone e lui è un fenomeno. Ma non sono un grande fan del Barça per cui se Ney gioca lì o a Parigi per me è uguale».

Ha trovato un erede?  

«Van Niekerk sta facendo un buon lavoro. Ha già un record speciale nei 400 metri, mi sembra adatto al ruolo».

Come si immagina da spettatore davanti ai prossimi 100 metri?

«Non vedo l’ora, mi divertirò un sacco. Non sono geloso, sarà la prima gara senza stress e me la godrò».

E se in questi Mondiali perde?

«Non succederà».

Aggiornamento: André De Grasse salterà la rassegna iridata per un infortunio dell’ultima ora.